Exhibit A: le mostre che hanno trasformato l’architettura

Exhibit A, il nuovo volume di Phaidon, offre una perspicace panoramica sulla storia delle mostre d’architettura, mettendo in luce aspetti trascurati del lavoro dell’architetto e di quello del curatore.

Esporre l’architettura è sempre un problema, o per lo meno la maggioranza dei curatori e degli architetti ha da sempre dovuto affrontare l’argomento. Il nuovo libro Exhibit A: Exhibitions That Transformed Architecture, 1948–2000 illustra come il problema sia stato risolto nella seconda metà del secolo scorso, l’epoca dell’evoluzione più spettacolare dell’architettura moderna. Il libro è a cura di Eerva-Liisa Pelkonen, professore associato dell’Università di Yale, che si occupa dell’architettura europea e americana del XX secolo con particolare interesse per la genesi e il senso della forma architettonica in vari contesti nazionali e storici.

Nel nuovo libro l’autrice analizza i nuovi significati dell’architettura e il parallelo percorso storico della disciplina non attraverso le costruzioni ma attraverso le mostre che da un lato presentavano gli esiti della disciplina e dall’altro stimolavano l’architettura e contribuivano all’elaborazione di nuove idee e nuovi movimenti. Il libro comprende un testo introduttivo della curatrice che ricorda le grandi mostre d’architettura del periodo tra le due guerre e lo completa con un’esauriente cronologia delle mostre più importanti allestite in tutto il mondo a partire dal 1948. La cronologia è suddivisa in cinque decenni, ciascuno dei quali rappresenta tendenze particolari e movimenti specifici. Comprende 80 mostre fondamentali di ogni impostazione, tipo e scala, descritte dai contributi di un vasto numero di autori.

Mostre di piccole gallerie private, grandi esposizioni istituzionali, esperimenti, mostre nazionali ed Expo monumentali. Tutte vengono illustrate in un’efficace impaginazione, con particolare attenzione alle più importanti tra quelle selezionate. In questo panorama il lettore può distinguere elementi e contributi completamente diversi su una varietà di temi disciplinari: dai professionisti, singoli e in gruppo, alle istituzioni. “Il mio scopo era cogliere la ricchezza di una cultura espositiva consistente in un’ampia gamma di forme, disposizioni, persone e luoghi. Sono presenti scale diverse, dalle piccole mostre concettuali come quelle di Reima Pietilä alle esposizioni universali di enorme successo come l’Expo 1970 di Osaka, che ebbe 64 milioni di visitatori e fu la mostra più visitata del XX secolo”, spiega la curatrice.

Un’impostazione che fornisce una ricca panoramica in senso geografico. Il lettore può scoprire quali luoghi fossero importanti in ciascun periodo. La prima sezione parte simbolicamente dal 1948 con il programma Case Study House e prosegue con contributi europei, mettendo in rilievo soprattutto le Triennali di Milano e l’attività espositiva di Aldo van Eyck e Constant Nieuwenhuys. Sono incluse anche le grandi mostre della fine del decennio, tra cui l’International Building Exhibition di Berlino (1957) e l’Expo di Bruxelles (1958).

Gli anni Sessanta portano alla ribalta nuove sperimentazioni, soprattutto il lavoro di Hans Hollein e dei londinesi di Archigram, entrambi in rivolta, tramite il linguaggio espositivo, contro i dettami di un Modernismo rigido e razionalista. Negli anni Sessanta la mostra d’architettura divenne lo strumento più potente per rivendicare la novità delle idee e il cambiamento nel discorso dell’architettura. L’esempio principe è Living City, allestita da Archigram a Londra nel 1963. Nella seconda metà del decennio al movimento si aggiunsero i radicali italiani, come testimonia la mostra Superarchitettura di Pistoia (1966), allestita dalle figure di punta delle nuove idee: Archizoom e Superstudio. Queste nuove sperimentazioni hanno un’eco anche in progetti istituzionali come Structures gonflables del Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1968) e certe mostre del Moderna Museet di Stoccolma. Il libro illustra anche l’importanza del già citato Hans Hollein come curatore e progettista di allestimenti. Vengono presentati numerosi di questi progetti, tra cui Everything Is Architecture: An Exhibition on the Theme of Death, allestita nel 1970 allo Städtisches Museum Abteiberg, un esperimento simbolico che “spingeva i visitatori al limite di ciò che all’epoca veniva considerato tollerabile”, scrive la curatrice.

Gli anni Sessanta portano alla ribalta nuove sperimentazioni, soprattutto il lavoro di Hans Hollein e dei londinesi di Archigram, entrambi in rivolta, tramite il linguaggio espositivo, contro i dettami di un Modernismo rigido e razionalista.
L’Expo 1970 di Osaka apre il decennio degli anni Settanta con il trionfo del Movimento metabolista giapponese. Gli anni seguenti furono caratterizzati dall’influsso dell’avanguardia austriaca, con Haus-Rucker-Co, la galleria londinese Heinz e mostre di riflessione come Immovable Objects (New York, 1975), Signs of Life: Symbols in the American City (Washington 1976) di Denise Scott Brown, Steven Izenour e Robert Venturi, ARARAT del Moderna Museet di Stoccolma e l’Architectural Exhibition 78 di Tallinn. Tutte queste mostre illustravano una nuova prospettiva dell’architettura e rinnegavano l’ottimismo modernista in favore del Postmodernismo, del Pop e di altre alternative d’avanguardia. Il decennio si chiude simbolicamente con la fondamentale mostra “Transformations in Modern Architecture” del MoMA (1979), il cui curatore Arthur Drexler presentava 403 edifici di 270 architetti in un’anonima giustapposizione, per discutere gli sviluppi dell’architettura moderna a partire dall’epoca della mostra International Style (1932), che aveva dato il nome a un movimento, anch’essa allestita al MoMA.

Il libro offre una prospettiva completamente inedita della storia dell’architettura e riunisce notizie mai presentate in modo tanto esauriente.
Alla prima Biennale d’Architettura di Venezia sono dedicate parecchie pagine nella sezione successiva, cui segue l’importante mostra “Houses for Sale” della Leo Castelli Gallery di New York, in cui gli architetti Emilio Ambasz, Peter Eisenman, Vittorio Gregotti, Charles Moore, Arata Isozaki, Cedric Price, César Pelli e Oswald Mathias Ungers presentarono i loro progetti ideali di casa unifamiliare da vendere direttamente al committente. Nel 1986 si tenne al Nehru Center di Mumbai la mostra “Vistara: The Architecture of India”, a cura di Charles Correa, che presentava la storia dell’architettura indiana alla luce delle correnti tendenze postmoderne. L’ultimo decennio del secolo fa da epilogo agli anni dell’idealismo e della sperimentazione, illustrando altre Biennali di Venezia, l’esposizione universale di Siviglia del 1992 e chiudendosi simbolicamente con lo Young Architects Program del PS1, organizzato da quegli anni dal MoMA di New York.

A prescindere dai punti di riferimento storici citati, numerose mostre retrospettive e storiche vengono incluse per delineare un contesto generale. Il lettore può scoprire quando sia stata istituita la Fondation Le Corbusier, quale edificio residenziale moderno sia divenuto il primo museo pubblico, oppure quando siano state allestite importanti mostre su Mies van der Rohe, Carlo Scarpa e altri. Grazie a questa mole di informazioni il libro offre una prospettiva completamente inedita della storia dell’architettura e riunisce notizie mai presentate in modo tanto esauriente.

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